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domenica 29 novembre 2009

di Antonella Iurilli Duhamel

La nostra umanità è soggetta ad un costante dissanguamento delle sue qualità genuinamente femminili, e per rendersene conto basterebbe considerare  lo stato di salute emozionale di uomini e donne. Vitalità, gioia di  vivere e profondità emotiva, hanno tacitamente ceduto il passo a iperattività, depressione, angoscia,superficialità emozionale, mancanza di senso, violenza ed inconsistenza.

La femminilità non è prerogativa esclusiva delle donne, maè un fondamentale aspetto energetico, fisico e psicologico che influenza il senso di identità di uomini e donne.

Secondo Joseph Campbell qualità del femminile sono: “il lato sinistro del corpo,la protezione, la maternità, la seduzione, il potere fluido della luna e la sostanza del corpo, il ritmo delle stagioni, la gestazione, la nascita, il nutrimento e l’accoglienza; e allo stesso tempo : la malizia, la vendetta, l’irrazionalità, la collera scura e terribile  , la magia nera, il veleno, la stregoneria e la delusione; ma anche l’incanto, la bellezza, il rapimento e la benedizione.

Prettamente maschili sono: l’azione, i mezzi di difesa, la forza bruta e crudele, la benevolente giustizia; senza tralasciare l’egoismo, l’aggressione, la lucida razionalità, il potere creativo solare,

ma anche la malevole freddezza emotiva, l’astratta spiritualità, il coraggio cieco, la dedizione teoretica, la sobrietà e l’indiscutibile forza morale.’’(1)

E’ abbastanza semplice valutare a quali elementi una cultura attribuisce maggior valore, grazie ad una indagine del suo lessico. Per esempio nella lingua  sanscrita, che è la base delle lingue orientali, ci sono almeno 96 termini per definire la parola Amore; in quella  persiana antica ce ne sono 80, in greco 4, in inglese  solo 1 ma anche l’italiano  anche l’italiano scarseggia di termini a proposito.

Non dobbiamo meravigliarci se poi siamo a corto di mezzi di comprensione,quando cerchiamo di cogliere sfumature nella  complessità della nostra vita interiore. Gli eschimesi a loro volta, hanno almeno trenta termini per la parola Neve, dal che si puo’ facilmente dedurre che la neve per loro è una realtà davvero importante.

Le donne al pari degli uomini, vanno rafforzando giorno per giorno le caratteristiche maschili, uniformando le loro identità a valori che esaltano il raziocinio, il potere, la lotta, l’utilitarismo la supremazia del più forte sul più debole.

Siamo diventati più ricchi e potenti a scapito delle nostre qualità femminili quali: calore, sentimento e soprattutto integrità, parola ormai largamente in disuso .

La nostra cattiva tendenza, nel perdere i relativi semantemi, mutando il nostro lessico, non sembra destare poi così tanta preoccupazione. Il danno che viviamo giorno per giorno ha radici molto lontane,e non può più essere inteso come esclusivamente un antagonismo tra i sessi.

La conflittualità sociale, ormai e’ giunta ad un tale punto di interiorizzazione personale che non possono più essere usate le formule sociali e politiche di cui ci siamo avvalsi in passato.

Le donne al pari degli uomini, sebbene abbiano almeno in apparenza, conquistato maggiore benessere e libertà, non si sentono più liberi di ieri: entrambi i sessi vivono incessantemente una lotta senza quartiere, in minima parte consapevole ma in larga parte inconsapevole, con se stessi.

Entrambi sono ben lungi dall’essere felici, nonostante il maggior benessere materiale. conquistato e la conseguente emancipazione dalla fatica. La lotta interiore pone l’uomo in uno stato di prigionia perché la lotta, richiede tensione, e la tensione, una volta cronicizzata, imprigiona l’uomo in una capsula che lo rende rigido e insensibile.

Il patriarcato è stato fondato sulla meticolosa e inesorabile divisione:  tra testa e corpo, raziocinio e sentimento, funzioni materiali e esperienza spirituale, scienza e magia, medicina e conoscenza dei rimedi naturali, sessualità e sacralità, arte e mestiere, lingua e poesia, per restituirci invece, una conoscenza specializzata astratta e meccanicistica nelle mani di élites privilegiate, organizzate in professioni, gerarchie e classi. Persino la vita è stata divisa in categorie di maggiore o minore valore.

In questa gerarchizzazione e suddivisione, la natura e il femminile hanno paurosamente avuto la peggio. Tra le molteplici cause il continuo saccheggio della natura e la progressiva svalutazione del femminile, hanno ormai danneggiato i rispettivi sistemi immunitari, conducendo noi e il nostro pianeta sull’orlo del collasso. In nome di tecnologia, utilitarismo economico e potere assistiamo insensibili alla perdita del nostro stato di grazia originale.

L’assurdo è che, persino quei movimenti rivoluzionari che avevano lo scopo di liberare l’uomo dalle sue catene, proprio a causa dell’insita incapacità di evidenziare, analizzare e risolvere l’interiorizzazione progressiva della conflittualità maschile – femminile, hanno finito con il togliere vecchie catene come religione, Dio, per sostituirle con altre forme di tirannia e fanatismo, chiamate stato, macchina, partito o quota di produzione.

A tale proposito ritengo che l’analisi sociologica e psicoanalitica condotta da Wilhelm Reich negli anni trenta, sia ancora di un’attualità stupefacente.

Wilhelm Reich, non è abitualmente collegato al marxismo, ma è proprio dauna weltanschauung , di tipo marxista, ha iniziato la sua analisi.

Infatti con i suoi primi lavori cercò  di collegare l’analisi economica di classe alla comprensione del ruolo giocato dalla repressione sessuale delle maggiori istituzioni quali: stato, chiesa, famiglia, scuola ecc.

Quando Reich parlava di sessualità, non si riferiva esclusivamente alla genitalità, che è solo una componente della sessualità, bensì all’Eros.

Reich conosciuto dai più come il padre della rivoluzione sessuale, era uno degli allievi più brillanti di Freud, nonché un attivissimo membro del partito comunista. Negli anni trenta scrisse un libro “Psicologia di massa del fascismo” 2, che gli valse l’esclusione dalla comunità psicoanalitica e dal partito comunista.

In questo libro come in altri, Reich studiò e illustrò  la natura del successo della manipolazione nazista nei confronti dei Tedeschi. Secondo il suo punto di vista, ad un livello psicologico e biologico più profondo, le persone erano state così pesantemente  condizionate  da secoli di repressione religiosa e psicosessuale, da rispondere  obbedientemente e cooperare, senza protestare, non solo di fronte a  sadismo, tirannia, e genocidio; ma soprattutto nei confronti di un concetto religioso, antifemminile e paranoide di ossessiva ricerca di purezza,e superiorità in generale, e in particolar modo della razza.

Un leader per quanto ipnotico, non ha la capacità di di creare gli eventi, ma è solo un catalizzatore  fra i condizionamenti e le conseguenze.

Similmente il Fascismo non  fu un fenomeno barbarico che apparve all’improvviso nel bel mezzo della “ civilizzazione”, ma fu il risultato di un lungo processo di condizionamento, nel quale le istituzioni responsabili del condizionamento, furono  le stesse  responsabili  della civilizzazione.

Reich ci ha ripetutamente messo in guardia dal non cadere nell’ingenuità di credere che un reale cambiamento equivalga ad un cambiamento che migliori lo stato economico sociale.

Repressione, relazioni di potere, sadismo, desiderio di sopraffazione e umiliazione,  nonostante il nostro  adattamento rimangono  profondamente alloggiati nelle cellule del sistema nervoso dei membri delle nostre cosìddette società civilizzate, e determinano le successive evoluzioni / rivoluzioni.

Tanto gli oppressori quanto le vittime sono danneggiati dall’esperienza,  poiché l’impianto repressivo avviene a livelli molto più  profondi: sia a livello della sessualità eros, quanto a quello dello spirito logos , ovvero quello che noi sentiamo e quello che noi diciamo  .

Al punto in cui siamo il problema, non è più se abbiano, più o meno,ragione i partiti di destra o di sinistra, il sistema capitalistico occidentale o il comunismo sovietico gli uomini o le donne ecc .

L’uomo non è più libero di ieri, ha solo cambiato, marca della catena  che lo imprigiona, e ha sostituito le vecchie, arrugginite e rumorose ,  con altre più sofisticate e maggiormente infisse  nelle sue carni e per questo ormai pericolosamente inconsce.

Le rivoluzioni sono destinate a fallire, la Storia ce lo insegna, il vero cambiamento può solo partire dal singolo, dal suo interno, dalla piena presa di coscienza dei suoi limiti ma anche delle sue immense possibilità, da una maggiore acquisizione di coscienza e sensibilità rispetto alle proprie disfunzioni e patologie. Una prigione non può essere evasa dice Marguerite Yourcenar, fino a che il suo perimetro diventerà noto quanto la nostra carne. Senza i sentimenti e la considerazione dei limiti a cui siamo soggetti è impossibile procedere oltre.

Così patologicamente dissociati all’interno di noi stessi, abbiamo dimenticato di essere soggetti alla natura, alle sue leggi, abbiamo dimenticato come vivere. Ci siamo adattati a sopravvivere accontentandoci di surrogati e di patetiche menzogne che ci impediscono di vedere che a moltissimi livelli delle nostre esperienze non siamo più capaci di sentire e di capire cosa stiamo facendo, perché ormai abbiamo perso il senso della misura e con essa la forza, la salute e la bellezza che derivano dall’essere integri per  vivere in pace.

 

(1 ) Joseph Campbell, Creative Mithology, New York,Viking1968

(2) W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, Mondadori 1974

GALASSIAMENTE
28/11/2009
Il bambino non è un elettrodomestico
ROSALBA MICELI
Negli esseri umani madre e piccolo comunicano reciprocamente mediante un gioco di sguardi, gesti, vocalizzi, sorrisi, risatine. Daniel Stern, psichiatra americano, esponente di spicco della “Infant Research” ha dimostrato sperimentalmente, mediante osservazioni e registrazioni, che esiste una precocissima capacità del bambino a relazionarsi con la madre. Se, ad esempio, un bambino emette un gridolino di piacere, la madre può rispondere, di rimbalzo, intonando la propria voce con quella del piccolo o dondolandolo dolcemente.

I ripetuti momenti di sintonizzazione danno al bambino la sensazione rassicurante di essere emotivamente collegato alla madre, che le sue emozioni sono riconosciute, accettate e ricambiate. Seguendo le acquisizioni della “Infant Research” (area di ricerca al confine tra psicoanalisi e psicologia evolutiva) e della teoria dell’attaccamento (attaccamento è il legame privilegiato tra il bambino e la figura che offre protezione e cure) sviluppata dallo psicoanalista inglese John Bowlby negli anni Sessanta, le basi della futura vita emotiva del bambino vengono poste attraverso queste esperienze di condivisione tra madre e piccolo, che cominciano già prima ancora della nascita. E c’è di più: tramite una indagine, la cosidetta “Adult Attachement Interview”, condotta su una futura madre, è possibile dimostrare che la disposizione interiore della madre determina il suo comportamento verso il piccolo, consentendo una previsione della qualità dell’attaccamento che il bambino non ancora nato svilupperà all’età di un anno.

“Se la gravidanza e il primo anno di vita del bambino sono così importanti per lo sviluppo psico-affettivo, perchè le politiche delll’infanzia e del lavoro non ne tengono conto? Il tema dovrebbe essere affrontato come fondamentale per le politiche di sostegno alle famiglie e invece viene continuamente eluso - commenta Giuliana Meli, laureata in Filosofia teoretica e in Psicologia clinica, autice della novità editoriale “Il bambino non è un elettrodomestico” (Urra). Come suggerisce provocatoriamente il titolo, crescere un bambino è cosa ben diversa dall’avviare un elettrodomestico, ad esempio una lavatrice (imposti un programma e la macchina lo manda avanti in automatico). Giuliana Mieli dopo aver lavorato negli anni Settanta nei primi Centri di Salute Mentale sul territorio, è stata consulente per vent’anni presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ Ospedale San Gerardo di Monza, allora diretto dal ginecologo Costantino Mangioni che intuì la necessità di avere psicologi in reparto non solo per il sostegno psicologico a mamme e genitori con gravidanze o puerperi difficili, ma anche per la formazione “affettiva” del personale medico e infermieristico.

Giuliana Mieli, forte dell’esperienza di psicoterapeuta maturata in ospedale, sostiene che molti dei problemi che oggi la nostra società incontra sono dovuti alla disattenzione che, a causa dei paradigmi culturali predominanti, abbiamo maturato nei confronti degli affetti, dei bisogni e dei codici affettivi. Una disattenzione che ha indotto a scelte, anche politiche, con ripercussioni individuali e sociali molto forti, che dovrebbero essere messe in discussione. La risposta ai bisogni affettivi di base è infatti una condizione biologica ineludibile: “Esiste una declinazione naturale, biologica degli affetti, utile e necessaria per la sopravvivenza della specie, che non può essere più di tanto compressa, alterata, violentata dall’organizzazione socioeconomica e dalla cultura, sia nella vita del singolo che della società, pena la sofferenza, l’impossibilità della sopravvivenza, la follia come estrema difesa per il singolo, e il cataclisma, il decadimento e il dissolvimento per la società” - scrive la psicoterapeuta.

La trascuratezza emotiva si riflette non solo nella sofferenza psichica dilagante ma anche nelle difficoltà che attualmente accompagnanano la maternità. A titolo esemplificativo, l’autrice indica alcune questioni aperte: cosa sta alla base della depressione post-parto, sempre più diffusa e sempre più spesso curata con psicofarmaci? Un intervento di altro tipo è possibile? Perchè è in aumento il numero dei parti cesarei, eseguiti su richiesta della donna anche se non vi è la necessità medica di farli? Il parto cesareo non è privo di rischi e inibisce, insieme agli ormoni tipici della nascita, quelli che provocano una “reazione d’amore” nei confronti del nascituro, interferendo nello sviluppo dell’affettività nella relazione tra madre e figlio.

Un approccio orientato all’attaccamento in diverse situazioni, in collaborazione con pediatri e ginecologi, può dar vita ad un modello prezioso in campo pedagogico ed in ambito più propriamente clinico. Implica la necessità di una rivoluzione culturale che restituisca all’essere umano tutta la sua complessità, fisica ed emotiva. Una ipotesi sostenuta anche dal ginecologo Michel Odent : “Quando il teologo francese Teilhard de Chardin a metà del secolo scorso predisse che gli esseri umani un giorno avrebbero imparato a sfruttare le energie dell’amore e che tale progresso sarebbe stato tanto fondamentale per la storia dell’umanità quanto la scoperta del fuoco, la sua previsione fu considerayta pura utopia. Oggi non è più così - scrive Odent (La scientificazione dell’amore, Apogeo/Urra) - dato che negli ultimi decenni del Ventesimo secolo la natura dell’amore e il modo in cui la capacità di amare si sviluppa sono diventati oggetto di analisi scientifica, le cui implicazioni sono di importanza almeno equivalente a quelle degli studi di genetica, elettronica o teoria quantistica”.

 Tratto da”La Stampa” 28/11/09